IL RUOLO DEL SINDACATO DAL DOPOGUERRA AD OGGI

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IL RUOLO DEL SINDACATO DAL DOPOGUERRA AD OGGI

clessidra-tempoLa recente proposta del presidente del consiglio di ridurre la rappresentanza sindacale ad un’unica entità ha lasciato basiti i segretari delle maggiori OO.SS. presenti in Italia.

La storia del sindacato, in Italia, ha conosciuto momenti di grande condivisione e coinvolgimento emotivo; basti pensare alle lotte partigiane ed ai sommovimenti operai nelle fabbriche del Nord Italia per cacciare via i nazifascisti nel 1945, alle lotte a favore dei contadini di Giuseppe Di Vittorio nella sua Puglia negli anni ‘50, oppure quelle dei sindacalisti siciliani coraggiosi che hanno pagato l’ opposizione alla mafia latifondista con la propria vita, dalla strage di Portella della Ginestra all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto .

 Il sindacato del primo dopoguerra è una forza sociale monopolizzata da una confederazione strettamente legata al partito di riferimento, marxista e leninista, sino al 1956, anno in cui l’Unione Sovietica invade l’Ungheria e si scontrano all’improvviso due posizioni all’interno della CGIL: quella di Togliatti ( segretario del Partito Comunista Italiano, ancora legatissimo all’Unione Sovietica) e quella di Giuseppe Di Vittorio (segretario generale della CGIL) che stigmatizza con fermezza le raffiche di mitraglia e le cannonate sparate dai carri armati russi contro gli operai delle fabbriche ungheresi.

La nascita della CISL (1948) e della UIL (1950)  rompe il monopolio della CGIL in tutta Italia dalla fine della guerra sino alle date delle due fondazioni.

L’approccio alle problematiche sindacali da parte di CGIL – CISL e UIL per circa 30 anni da quelle date è molto efficace e, dall’altra parte, fortemente politicizzato essendo la CGIL il sindacato di riferimento del PCI, la CISL della Democrazia Cristiana e la UIL di parte del vecchio PSI e dei partiti di area laica.

Davanti alle sfide del padronato la triplice risponde compatta …nelle maggiori città italiane non di rado con lunghissime trattative, a volte estenuanti e manifestazioni di protesta nelle più grandi piazze delle città italiane. Quando serve l’appoggio al governo durante la sfida del terrorismo (rosso e nero) negli anni ’70 ed ‘80 non si tirano indietro ed agiscono con la stessa energia che per le lotte sindacali.

In quegli stessi anni (fine anni ’70) avviene però un altro evento storico: la contestazione (e cacciata) da parte degli studenti universitari del maggior leader sindacale del dopoguerra dopo Giuseppe Di Vittorio, quella di Luciano Lama da parte degli studenti dall’Università “La Sapienza” di Roma .

Tre anni dopo quell’evento avverrà un altro fatto importante per il sindacato italiano: la marcia dei 40.000 quadri della FIAT che sorprende tutti, e smonta le iniziative congiunte della CGIL e del PCI contro la FIAT dopo che quest’ultima ha minacciato 14.449 licenziamenti  (poi trasformati in cassa integrazione a zero ore per 22.000 lavoratori).

Da quel momento l’azione sindacale delle tre maggiori organizzazioni italiane avverrà con alti e bassi ed una progressiva perdita di presa sui lavoratori e le lavoratrici e d’incisività nei confronti dei governi e dei rappresentanti di Confindustria e Confartigianato sino a giungere ai nostri giorni dove non si riesce più a frenare il licenziamento di dipendenti nei vari settori produttivi dell’economia – dall’ industria all’artigianato, dall’ agricoltura (o da quello che ne è rimasto) al settore terziario – ed il progressivo deterioramento delle condizioni di vita, di lavoro o dei semplici diritti fondamentali di altri lavoratori come, ad esempio, quelli statali.

Dobbiamo dire che, dopo la marcia dei quarantamila di Torino e l’inizio del crollo del Muro di Berlino, circa 10 anni dopo, si assiste in Italia alla proliferazione di sigle sindacali  (32 nel 1997 solo nel comparto dello stato), 11 alla camera dei deputati e ben 7 alla FIAT  seguendo la falsa equazione “più sigle sindacati = più democrazia”.

Qualcuno ha ipotizzato che tale proliferazione di sigle sindacali non abbia fatto altro che nascondere l’anelito di alcune persone di raggiungere posizioni che ne favorissero l’affermazione e magari, dopo qualche anno, il passaggio in politica come accaduto a taluni segretari generali delle maggiori OO.SS. proprio in quegli anni ’80 .

Nei cosiddetti sindacati di sinistra, fortemente ideologizzati, specialmente nel comparto stato, a metà degli anni ’90, c’è una notevole proliferazione di sigle, in apparenza per “sopperire” a quelle che vengono giudicate gravi mancanze dei sindacati confederali (e tra essi il maggiore cioè la CGIL) che hanno appena iniziato  la cosiddetta “concertazione  nelle trattative con la P.A.

L’azione di molti sindacati, sia confederali che della cosiddetta sinistra, nel comparto dello stato, tra la fine degli anni ’90 e la prima decade degli anni 2000, viene caratterizzata da contratti e accordi, anche per la distribuzione delle indennità accessorie (cioè quelle che consentono ai dipendenti statali italiani di raggiungere un livello di retribuzione ai limiti della decenza ma comunque fortemente al di sotto degli omologhi del resto d’Europa , incluse le stesse Grecia e Spagna !!)   detti “a pioggia” cioè che riguardano tutti, accordi che mettono d’accordo sindacati confederali, quelli dell’estrema sinistra ed i sindacati minori di centrodestra.

Nelle contrattazioni sindacali di Confindustria (specialmente nella più grande azienda industriale italiana: la FIAT), per esempio, questa distribuzione “a pioggia” per tutti gli operai s’è modificata già negli anni ’90 sia con l’istituzione di corsi di preparazione e specializzazione, sia per la quantità di manufatti prodotti in un arco di tempo, sia  per l’orario di lavoro espletato dall’operaio .

Io credo che, specialmente dopo la recente modifica dell’art. 18 del governo Renzi, il sindacato deve cambiare radicalmente certe concezioni nei rapporti sindacali con la controparte, specialmente nel comparto dello stato. Il futuro del sindacato non sta più nelle piccole sigle sindacali fortemente ideologizzate il futuro del sindacato per me sta nella “specializzazione” settoriale, di comparto.

Se la FIOM-CGIL di Landini è normale che abbia successo nel settore industriale perché affronta in modo peculiare i gravi problemi degli operai, sigle come la CISAL che ha nel proprio DNA l’interesse per i lavoratori del comparto stato hanno successo tra i dipendenti pubblici perché costituite da persone che lavorano tutti i giorni a stretto braccio con colleghi e colleghe di un comparto con molte problematiche  e specificità.

Nell’ottica di una valorizzazione di un sindacato settoriale (che , speriamo, non venga agitato da qualcuno come il solito e vecchio spauracchio del corporativismo) , negli incontri con la Funzione Pubblica o coi vertici dei rispettivi ministeri e/o aziende, viste le difficoltà economiche innegabili da parte del governo che non sono più un mistero per nessuno né dentro, né fuori l’Italia , è bene parlare della distribuzione degli emolumentiaccessori dei dipendenti non più “a pioggia” (tutto dato in modo uguale a tutti !)  ma studiando caso per caso il lavoratore o la lavoratrice da retribuire per l’abnegazione e la correttezza dimostrate nel lavoro ; la fase d’indagine sui lavoratori meritevoli o meno si potrebbe affidare magari ad una commissione mista (sindacato – amministrazione) a livello ministeriale (per i ministeri più piccoli o quelli senza portafoglio) od a livello dipartimentale per i ministeri più grandi (Interni, Esteri, Giustizia, Economia e Finanze, Difesa….) .

Quella dei lavoratori e lavoratrici pigri, assenti, latitanti o, addirittura, “parassiti” non è la solita favola raccontata dai mass media: esistono davvero, nel comparto stato come altrove, persone simili. Sono adulti, maggiorenni e vaccinati e si assumeranno le loro responsabilità finalmente ma, in un’Italia dove non ci sono più i soldi per pagare nemmeno gli esodati, non ci si venga ancora a raccontare che gli emolumenti accessori bisogna distribuirli disequamente a tutti, a tutte!

Un conto è il lavoratore, un padre di famiglia, con due o tre figli – magari pendolare – che si alza la mattina alle 5,00 per farsi 100 km. con le ferrovie italiane ed arrivare in ufficio in orario alle 08,00 , che fa tutto il giorno il suo dovere, che fa quello che gli vienechiesto dai superiori, e dopo una giornata così va a riprendersi il treno, farsi altri 100 km. per tornare a casa e stare finalmente con la propria famiglia anche se per poche ore, e fa una cosa simile per 200 volte l’anno e pochissime assenze; altra cosa è il lavoratore, magari raccomandato e fatto assumere al ministero a 20 anni da papà o mammà, subito dopo il diploma, che lavora due giorni su cinque, che arriva tutte le mattine in ritardo anche se abita a 300 mt. dal posto di lavoro, che in ufficio non fa nulla e se qualcuno dei colleghi o dei superiori gli porta un fascicoletto striminzito da fare nelle prossime 5 ore di lavoro, lo mette sulla scrivania ed esce dalla stanza adducendo le scuse più astruse, se ne va a chiacchierare con amici ed amiche per cortili e corridoi, si fuma la sigaretta, e poi va al bar a prendere il caffè, e magari pretende o spera che quel fascicoletto lì glielo lavori il solito “fesso” di turno ………magari perché è una pratica urgente per il dirigente.

Chi lavora nel comparto dello stato sa che di persone simili ce ne sono, purtroppo; i mass media ci bersagliano a causa di costoro ignorando i dipendenti onesti che lavorano per se ………ed anche per questi altri.

Con quale logica pazzesca , sino a questo momento, nelle trattative sindacali, si sia raggiunto l’accordo per la distribuzione a pioggia di emolumenti accessori io non lo so, ma non è giusto che quel lavoratore onesto del primo caso sia da mettere sullo stesso piano di quello che non vuol far nulla e ti viene al lavoro per 120 giorni l’anno al massimo (i peggiori di tutti tra questi: quelli che hanno certificati di medici compiacenti e stanno a casa in malattia per 20 giorni e poi ti spuntano in ufficio con splendide abbronzature nel mese di gennaio ) anche se quest’ultimo è il più grande raccomandato !

In tempi in cui – asserisce il governo – mancano i soldi per tutto non si possono dare più gli emolumenti accessori a pioggia a tutti ma soltanto a quelli che se lo meritano .

Se non si può istituire questa commissione mista sindacati – amministrazione o si teme che delegare questo ai dirigenti possa portare a valutazioni personali troppo sbilanciate  (cosa che non può escludere nessuno a priori ) si trovi un altro modo sicuro, verificabile da entrambe le parti, per valutare i singoli lavoratori prima di assegnare le indennità accessorie in ministeri ed enti locali ; si dimostri coi fatti che in talune pubbliche amministrazioni non esistono poteri occulti, consorterie che stravolgono l’immagine degli apparati dello stato. La CISAL s’è impegnata, si sta impegnando e s’impegnerà sempre più a garantire questo miglioramento tra i dipendenti pubblici italiani senza fare inutili ed ipocriti appiattimenti..

Coordinatore Nazionale M.E.F.

 Mario Santi Bellipanni

 

 

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