CORRUZIONE E GIUSTIZIA, L’ITALIA IN SERIE B

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CORRUZIONE E GIUSTIZIA, L’ITALIA IN SERIE B

italia-sotto-sopraSecondo la classifica mondiale stilata dall’ONG Trasparency International nell’ultimo rapporto sulla corruzione, l’Italia è al 69mo posto (ai primi posti ci sono i paesi più virtuosi).

L’Italia (con un punteggio pari a 43 su 100) si colloca peggio di Paesi quali Montenegro, Macedonia, Giordania, Arabia Saudita, Ghana, Cuba, Slovacchia, molti dei quali, nell’immaginario collettivo, dovrebbero essere molto più corrotti di noi: ma, appunto, nell’immaginario, mentre, invece, risultano esserci lontanissime la Germania (12ma), e la Francia (17ma).

L’Italia resta confinata agli ultimi posti in Europa, seguita solo da Bulgaria (77ma) e Grecia (80ma), ed allo stesso livello della Romania.

Solo per la cronaca, menzioniamo Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia, che… guidano la classifica dei Paesi virtuosi, al cui confronto c’è davvero di che vergognarsi in quanto Italiani.

Ma questi risultati non possono sorprendere più di tanto, considerato quanto emerso negli ultimi mesi: il Mose di Venezia, l’Expo di Milano e l’inchiesta mafia Capitale a Roma, hanno dimostrato che non esistono barriere geografiche, ideologiche, di partito al dilagare della corruzione: la mafia comunemente intesa, una volta “patrimonio” del nostro Mezzogiorno, è approdata al nord, complici i partiti e gli amministratori locali – rossi e neri scrivono i giornali – utilizzando una dicotomia ormai desueta e buona forse solo per raccontare serate ludiche da trascorrere a Sanremo o a Venezia al tavolo della roulette.

E si, perché appare opera di un improbabile equilibrismo giornalistico andare ancora a cercare di dare una colorazione politica a quella che, con inesorabile chiarezza, si sta delineando come la degenerazione di un sistema in toto.

La corruzione si annida ormai ovunque ci siano risorse da gestire, ad ogni livello, coinvolgendo personaggi politici, amministratori comunali, provinciali, regionali, dirigenti e funzionari ministeriali, oltre naturalmente ai vari gradi della criminalità organizzata, dalla bassa manovalanza, rozza e perfino brutale nelle modalità operative, fino ai suoi vertici, personaggi di spicco e talvolta dal nome già trasformato in leggenda dai media, prima ancora che la cronaca diventi storia.

Un quadro desolante, che non trova le giustificazioni che potremmo trovare in Paesi che invece ci precedono: basterebbe solo accennare alla storia recente di Macedonia e Montenegro, o alla situazione del Ghana, per rendere ancora più mortificante la nostra posizione nella graduatoria di cui si è detto, la posizione di un Paese che è stato spesso definito “la culla del diritto”.

Crediamo fermamente che proprio la perdita di questo primato – cioè la disgregazione del nostro sistema di giustizia e di sicurezza – rappresenti uno dei mali maggiori del Paese, strettamente connesso al poco lusinghiero primato in fatto di corruzione.

La nostra è una giustizia che non premia e non punisce, perchè arriva troppo tardi a risarcire un danno o a condannare un reo: e, aggiungiamo, se arriva, perché prescrizioni e abbuoni di pena rappresentano anch’essi una delle facce di questa resa totale dello Stato al malaffare e al crimine, che troppo spesso intervengono a frustrare l’aspettativa di giustizia dei cittadini.

L’apparato non funziona più, necessita di interventi radicali che lo snelliscano, lo rendano efficace ed adeguato alle esigenze del Terzo Millennio.

Questo deve essere perseguito attraverso le indispensabili assunzioni di giovani di elevata professionalità, da inserire all’interno di nuovi profili professionali, che andranno ridefiniti in funzione delle mutate necessità del sistema, attraverso la scrittura di un nuovo ordinamento professionale e l’istituzione dei ruoli tecnici del personale amministrativo penitenziario.

Sulla giustizia vanno investite risorse, finanziarie ed umane, come in ogni impresa in crisi che debba ripartire e non viceversa fallire.

Le scelte politiche di questo e dei precedenti Governi sono invece andate nella direzione opposta, quella che porta – appunto – al fallimento dell’impresa: ma è mai possibile pensare di risollevare le sorti della Giustizia tagliandole le risorse, chiudendo centinaia di uffici giudiziari, non assumendo i giovani, congelando i contratti e gli stipendi di tutti i suoi lavoratori?

Che sia follia, incompetenza o una decisa scelleratezza non è dato sapere: sappiamo – invece – cosa c’è da fare, e lo abbiamo appena detto.

Ma va fatto, hic et nunc.

Qui ed ora.

Perché domani, sarà già troppo tardi.

Il Segretario Generale

Paola Saraceni

347.0662930

 

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